IC FIDENAE

Incontro con un fotogiornalista “legale”

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Incontro tra i ragazzi e Antonio Tiso, fotogiornalista che racconta la ‘ndrangheta.

Antonio per esprimere la difficoltà del suo lavoro cita: “raccontare la storia attraverso le immagini è come suonare il pianoforte con i guantoni da box”.

A partire dagli anni ’70 gli ‘ndranghetisti più giovani, dopo la prima cruenta guerra di cambiamento generazionale, sono usciti dalla realtà locale e hanno conquistato spazi sempre maggiori in cui operare, creando legami con la politica sia locale che nazionale e con gli imprenditori. Quindi non più solo rapimenti ma un’organizzazione che s’insinua capillarmente nelle maglie della politica.
Se la mafia ha una struttura gerarchica, la cosiddetta “cupola”, e spesso mostra la sua forza attraverso sanguinosi attentati e faide, la ‘ndrangheta ha una struttura orizzontale, ogni famiglia controlla una zona, e agisce in modo molto più “silenzioso”, volutamente non esibisce la sua ricchezza, basti pensare alle case dei capi non rifinite, quasi spartane. Le nuove generazioni di ‘ndranghetisti studiano nelle più prestigiose Università americane, da cui escono professionisti affermati con una grande disponibilità economica, per questo sono in grado di comprare fabbriche o banche in tutto il mondo, riciclando continuamente il denaro sporco, basti pensare che in Germania le attività calabresi sono fortemente radicate.

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Antonio racconta nelle sue foto paesi in cui il tempo sembra essersi fermato, uomini al bar, vicoli di pietra, il sagrato di una chiesa: è San Luca, cuore della ‘ndrangheta, che dietro la malinconia dei borghi italiani che stanno sparendo nasconde tunnel sotterranei per i latitanti. Le famiglie mafiose volutamente vogliono conservare quest’immagine quasi di primitività e di arretratezza dei loro luoghi per sviare ogni eventuale domanda sulla provenienza di ricchezze ingiustificate. Allo stesso modo si spiegano gli immensi latifondi lasciati all’incuria più totale, se non fosse per qualche mucca che bruca placida, muti simboli del controllo, perché, ci spiega Antonio, alla ‘ndrangheta interessa più il potere che il denaro, per questo forse sono apprezzatissimi dai narcotrafficanti colombiani, per la loro puntualità e correttezza nei pagamenti.
L’Aspromonte è una terra bellissima, la costa ha un mare mozzafiato, la Calabria potrebbe vivere di turismo, dice Antonio, eppure le sue foto raccontano la Statale 106, disseminata di ecomostri, figli degli appalti corrotti, uomini chiusi in sguardi omertosi, consapevoli che la ‘ndrangheta ha affondato nel loro stesso mare navi con rifiuti tossici, e che al porto di Gioia Tauro per ogni scarico si deve pagare l’obolo alla mafia.

Antonio ci fa collegare via skype con Gaetano Saffioti, un imprenditore di Palmi, in Calabria, che ha denunciato i tentativi estorsivi da parte della ‘ndrangheta ed è diventato un testimone di giustizia, ora sono 15 anni che vive sotto scorta. Definire Gaetano un eroe sarebbe troppo facile, perché lo relegherebbe in quella categoria di eccezioni che non obbligano ad interrogarci in virtù della loro straordinarietà, invece Gaetano è un uomo “normale” che ha fatto una scelta che ognuno di noi potrebbe fare: lasciare ai suoi figli un mondo in cui la dignità e la verità siano sopra a tutto, essere “una persona per bene”. E’ un fiume in piena Gaetano quando risponde alle domande di noi ragazzi, e lo fa senza ombra di retorica, in modo semplice così che possiamo capirlo: i cambiamenti sono difficili e oggi si vuole una vita facile, la cosa più facile è lamentarsi, “le cose vanno così” è il pretesto che usa chi non vuole cambiare, non per paura, ma per convenienza. La mafia esiste perché noi la facciamo esistere con le nostre debolezze, la spinta a cambiare le cose non deve venire dallo Stato ma da noi, partendo dagli esempi concreti della nostra vita quotidiana, se tutti avessimo un comportamento moralmente corretto e seguissimo “la regola delle tre R”, Rispetto per sé, Rispetto per gli altri, Responsabilità, la mafia non ci sarebbe, bisogna scegliere conclude Gaetano: essere o locomotiva o vagone!
Un uomo che ha scelto come Gaetano Saffioti di stare semplicemente dall’altra parte è Sergio, socio fondatore della prima sede di Libera in Calabria nel 2004, grazie al cui impegno sono stati convertiti i beni confiscati alla ‘ndrangheta in terre di lavoro e di speranza. Anche Sergio resiste alle minacce, ai furti e ai danneggiamenti con cui i mafiosi tentano di interrompere questo circolo virtuoso di rinascita. Sergio risponde alle domande di noi ragazzi: quando gli chiediamo “cosa possiamo fare noi nel nostro piccolo” Sergio ci dice di continuare a studiare per sviluppare uno spirito critico che non ti lasci trascinare dalla massa, per pensare con la propria testa e diventare uomini e donne liberi, perché la mafia si sostituisce alle nostre scelte, la mafia rende schiavi. Sofia dice che Sergio le ha dimostrato che con la volontà si possono raggiungere i nostri obiettivi, Francesco è stato colpito da un episodio che racconta la grande dignità di Sergio: un giorno, trovando una macchina parcheggiata nel posto riservato a lui, essendo un disabile, ha lasciato un biglietto sul parabrezza: “è facile prendere il mio parcheggio ma prova a prendere la mia malattia”.
Antonio ci mostra un altro esempio di “un mondo possibile”: Riace Marina, il paese dell’accoglienza. Il sindaco di questo piccolo centro calabrese ha avuto l’intuizione di trasformare la presenza dei profughi e degli immigrati da “quota” scomoda ed ingombrante in risorsa preziosa per la sopravvivenza di un luogo destinato a spopolarsi e quindi a morire. Ha ristrutturato case in stato di abbandono, strade, negozi, ha organizzato corsi di lingua italiana, e poi la solidarietà degli abitanti e la capacità d’integrazione degli immigrati hanno fatto il resto: oggi puoi camminare nei vicoli di Riace tra i colori sgargianti dei murales che raccontano tante storie, tra botteghe artigianali in cui donne del Corno d’Africa tessono insieme a donne calabresi che senza di loro non avrebbero saputo a chi tramandare l’arte centenaria del telaio.

Oggi abbiamo fatto scuola in modo diverso, una lezione che ci ha fatto imparare ma che ci ha fatto soprattutto pensare, ed è stato bello.
Un grazie di cuore ad Antonio, a Gaetano, a Sergio.

I ragazzi e la prof.ssa Di Pirro della 3^D

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